La bolla del fracking ha bisogno di una nuova favola?

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Sommario:

  1. Cosa sono il fracking e lo shale oil?
  2. Il prezzo del petrolio era tornato a crescere e i problemi per lo shale oil USA sono più evidenti.
  3. Che succede quando il prezzo del petrolio è basso?
  4. La favola dello Shale 2.0?

1. Cosa sono il Fracking e lo Shale Oil?

Quando il petrolio era sopra i 100$ al barile, finanziare gli investimenti delle società di E&P (Exploration & Production) era la cosa che sembrava più sicura. Il costo del denaro in America non era mi stato così basso, quasi tutti erano felici.

Gli USA hanno aumentato più di tutti la produzione di petrolio, grazie allo Shale Oil estratto dai Fracker. I Fracker sono società di esplorazione ed estrazione, estraggono petrolio e gas fratturando, con tecniche di fracking, le rocce di scisto. In inglese, le rocce di scisto si chiamano “Shale rock” e il petrolio che viene estratto Shale Oil.

Gli unici che non sono contenti di questa rivoluzione tecnologica, sono i produttori di petrolio tradizionali e gli abitanti delle zone oggetto del fracking. I rischi per le popolazioni locali sono ormai evidenti: inquinamento delle falde acquifere, dell’aria e generazione di terremoti.

Le proteste dei residenti locali, in alcuni casi, hanno forse evitato rischi troppo elevati. Gli Stati Uniti, che hanno ampie zone scarsamente popolate o desertiche, sono diventati i leader mondiali di questa nuova e controversa tecnologia estrattiva. La produzione di petrolio e gas americano è cresciuta moltissimo, fino a raggiungere la produzione di Arabia Saudita e Russia.

La produzione di petrolio mondiale, anche a causa di queste nuove tecnologie estrattive, ha superato in passato la domanda di petrolio. Come tutti sanno, il prezzo del petrolio dai picchi del 2014 era crollato di oltre il 50%.

Gli strumenti finanziari hanno aiutato i produttori di petrolio.

Tramite l’acquisto di derivati prima del crollo, il prezzo del petrolio nel futuro si può bloccare. In questo modo, molti produttori di petrolio, hanno potuto continuare a vendere il loro petrolio a un prezzo vecchio, superiore a quello di mercato. Continuando a produrre al massimo e avendo più tempo per adattarsi alle nuove condizioni di mercato.

2. Il prezzo del petrolio era tornato a crescere e i problemi per lo shale oil USA sono più evidenti.

La prima versione di questo articolo è stata scritta nel 2015 quando il petrolio WTI viaggiava tra i 40 e 50 dollari al barile. La produzione di petrolio USA ha poi toccato nuovi massimi nel 2018, con i prezzi del WTI tra i 65 e 75 dollari al barile, per poi crollare di nuovo a 50%. Oggi, la teoria della crescita inarrestabile del petrolio USA è sempre più messa in discussione.

La carenza di capacità nella rete di oleodotti produce un deprezzamento del petrolio che ha difficoltà a raggiungere le raffinerie. Quindi, i produttori nelle zone più produttive del Texas ricevono un prezzo del petrolio molto più basso del prezzo ufficiale del WTI. In alcuni momenti lo sconto può arrivare a 15$ o anche oltre. Fortunatamente dei nuovi oleodotti entreranno in funzione a fine 2019, ma questa è solo una delle variabili che frenano l’irruenta espansione dell’olio di scisto americano.

Con il crescere della produzione aumentano le difficoltà: lo smaltimento delle acque di scarto è più difficile, i costi dei servizi aumentano, la rete elettrica è diventata inadeguata, il personale cominciare a scarseggiare e la percentuale di gas estratto dai pozzi di petrolio di scisto aumenta.

Tutti questi problemi renderanno più difficile l’aumento ulteriore della produzione di Shale oil statunitense nel 2019 e faranno aumentare i costi.

Il petrolio non è tutto uguale e quello di scisto è troppo leggero e abbondante per le raffinerie attuali.

Forse il problema più grande che sta emergendo è la difficoltà delle raffinerie nel produrre gasolio dal petrolio estratto dalle rocce di scisto. Le raffinerie, se alimentate con molto shale oil “leggero”, producono molta benzina e poco gasolio. Di conseguenza si genera una sovrapproduzione di benzina.

Ora che gli Stati Uniti producono quasi 12 milioni di barili al giorno, grazie allo shale oil, il petrolio diventa sempre più leggero, ovvero con una gradazione API alta.

Produzione di petrolio USA diviso tra API maggiore e minore di 40

Inoltre, anche lo shale oil diventa sempre più leggero con l’invecchiamento dei pozzi. Ad esempio, nella maggiore area estrattiva USA, l’area del Permian, il petrolio estratto dai pozzi è sempre più leggero.

Qualità della produzione energetica nel Permian

Visti gli alti costi necessari per adattare le raffinerie e il forte indebitamento dei produttori di shale oil USA, una parte dell’industria petrolifera, ha interesse a spingere per l’abolizione delle autovetture diesel. spingendo così nel medio periodo le vendite di veicoli a benzina e a gas.

Per sopperire a questo problema gli Stati Uniti devono esportare il petrolio leggero e il gas e importare sempre più petrolio pesante, ovvero con una gradazione API bassa.

Gli USA importano sempre più petrolio "pesante"

Tuttavia, sembra che ormai per gli Stati Uniti non sia più sufficiente importare prevalentemente il petrolio più denso e pesante. Anche le importazioni totali di petrolio greggio e prodotti petroliferi stanno aumentando. Nonostante l’aumento della produzione di petrolio USA, come si vede dal grafico sottostante, l’import totale di petrolio greggio e prodotti petroliferi è in forte aumento nel 2018.

Grafico import totale di petrolio greggio e prodotti petroliferi in USA

Per liberarsi da tutta la benzina prodotta in eccesso dalle raffinerie alimentate con troppo petrolio di scisto, gli Stati Uniti stanno esportando sempre più benzina.

Esportazioni di benzina statunitense

Lo shale oil è ottimo per procedure benzina ma non quella migliore con un alto numero di ottani. Quindi, non c’è stato solo un aumento selettivo delle importazioni di petrolio “pesante”, cioè a bassa gradazione, ma anche un aumento dell’import della benzina con un alto numero di ottani.

Tuttavia, non basta solo aumentare l’import, ormai il petrolio leggero è tantissimo per le raffinerie attuali, gli Stati Uniti saranno obbligati ad esportare sempre più petrolio leggero, cioè ad alta gradazione, e benzina con un basso numero di ottani. Un ulteriore aumento della produzione di petrolio di scisto non può che peggiorare la situazione. La produzione di olio scisto potrebbe aumentando anche in altre parti del mondo, questo potrebbe rendere in futuro ancora più difficile reperire sufficiente petrolio pesante per le necessità delle raffinerie attuali.

La difficoltà delle raffinerie attuali nel processare troppo petrolio leggero ha come conseguenza che il prezzo del petrolio leggero, made in USA, tende a svalutarsi rispetto al prezzo di riferimento del petrolio di qualità differente, prodotto da altre nazioni. Ad esempio, il petrolio WTI statunitense costa 10$ al barile meno del Brent inglese.

I nuovi standard per il gasolio marino introdurranno una nuova incognita dal 2020.

A partire dal 2020, con l’arrivo della normativa ECA, il gasolio marino, per essere usato senza filtri dalle navi, dovrà avere massimo lo 0,5% di zolfo. Chi vorrà continuare a usare il vecchio gasolio marino HFO, con il 3,5% di zolfo, dovrà installare dei filtri “scrubber” per abbattere le emissioni di zolfo. Oppure le navi potrebbero passare all’alimentazione a gas marino MGO o, più probabilmente, a diesel marino MDO.

Di conseguenza, le raffinerie che aggiorneranno il processo produttivo, per produrre gasolio marino a basso tenore di zolfo, potranno venderlo a un prezzo più alto. Visto che il petrolio di scisto ha mediamente un contenuto più basso di zolfo, questo potrebbe spingere per adattare le raffinerie a processare più petrolio “non convenzionale”? Per ora è difficile dirlo perché il 2020 è lontano e soprattutto perché il vecchio tipo di gasolio continuerà ad essere venduto.

O diventeranno ricchi i produttori di scrubber, oppure le raffinerie dovranno investire per aggiornare gli impianti di raffinazione. Un motivo in più per le lobby industriali per spingere i politici Europei a farci abbandonare, contro i nostri interessi ambientali ed economici, le auto diesel. Vedi link a inizio capitolo.

Al limite, si potrebbe creare anche una carenza di combustibili diesel, e quindi un aumento del suo prezzo.

3. Che succede quando il prezzo del petrolio è basso?

La realtà del settore petrolifero è complessa:

  • I costi di produzione del petrolio non sono tutti uguali. Ci sono produttori che hanno costi di produzione inferiori ai 10$ al barile e altri con costi superiori ai 60$ al barile.
  • La struttura dei costi non è uguale. Ci sono produttori che hanno un costo fisso iniziale alto e un costo variabile basso. Altri produttori hanno il contrario.
  • Il peso dei debiti, in rapporto al fatturato, e il tasso di finanziamento, sono diversi da produttore a produttore.
  • Se il produttore di petrolio coincide con uno stato sovrano, che ha nel petrolio la sua risorsa principale, il debito dello stato diventa il debito che la compagnia petrolifera statale deve alimentare.

Le conseguenze del crollo del petrolio:

  • Ci sono produttori di petrolio che continuano ad estrarre il petrolio in perdita per ripagare i debiti. Nel frattempo questi produttori provano a ridurre i costi per tornare in utile, sperando che il petrolio salga di prezzo.
  • Altri produttori continuano a fare utili. Non hanno nessuna necessità di ridurre la produzione, ma riducono anche loro i costi per cercare di rialzare la redditività.
  • Pochi produttori hanno ridotto inizialmente la produzione di petrolio. Quelli che lo hanno fatto avevano probabilmente dei costi variabili altissimi e un finanziatore, non statale, che non poteva sperare di sbarazzarsi del cattivo investimento nascondendo la realtà.

Lo shale oil ha un costo di produzione alto e una grande fame di credito, di conseguenza, i produttori hanno un debito molto alto.

I produttori di shale oil statunitensi sono sempre più indebitati.

Già nel 2015, Amir Azar, un ricercatore del Columbia University Center on Global Energy Policy, aveva calcolato che l’industria del fracking era arrivata a un debito netto di 200 miliardi di dollari. Il costo del denaro e il debito sono saliti, il peso di questo debito sta diventando enorme. Il debito del settore Oil & Gas statunitense nel 2018 era circa 570 miliardi di $ e continua ad aumentare.

Una grossa fetta del debito contratto dalle società di fracking è a rischio insolvenza. Molte di queste società si sono finanziate emettendo Junk Bond, con un costo di finanziamento che fino all’inizio del 2018 è stato relativamente basso. Adesso richiederebbero interessi molto più alti in caso di rifinanziamento. 

Il 2020 sarà un anno molto delicato per il rifinanziamento del debito del settore oil & gas USA.

Secondo un rapporto di Moody di fine 2018, entro il 2023 dovrebbero scadere 240 miliardi di $ di debiti nell’oil & gas USA. Sempre secondo Moody, i debiti a basso rating (“Caa”) saliranno dal 6% del 2019, al 15 % nel 2020. In totale, nel 2020, andrà in scadenza il 35% dei debiti a basso rating (“Baa,” “Ba” and “B” Caa”).

A livello mondiale, secondo Thomson Reuters LPC, il settore oil & gas ha 833 miliardi di $ debiti. Di cui, circa 400 miliardi di $ sono in scadenza alla fine del 2019.

Con flussi di cassa mediamente negativi il debito continua ad aumentare e non può essere ripagato.

Nel 2018 il prezzo del petrolio WTI è arrivato a superare i 70$, tuttavia anche nel 2018 i produttori di petrolio di scisto “tight oil” hanno avuto un flusso di cassa negativo.

Flussi di cassa dal 2010 al 21018 produttori USA di olio di scisto

Quindi, il debito totale dei produttori di shale oil non può che aumentare, anche con prezzi del petrolio relativamente alti. I produttori di tight oil statunitensi, con flussi di cassa positivi nel 2018 sono stati meno del 50%. L’Energy Information Administration (EIA) stima che nel 2019 i flussi di cassa diventeranno lievemente positivi, purtroppo fino ad oggi l’EIA ha sempre sbagliato le sue previsioni. Infatti, il 2018 doveva essere, secondo l’EIA, l’anno della svolta grazie al recupero del prezzo del petrolio e al contenimento dei costi, invece lo shale oil ha continuato ad avere flussi di cassa negativi.

Da qui in avanti, analizzeremo la situazione che c’è stata quando il petrolio WTI era stato per un lungo periodo sotto ai 55$ al barile.

Una piccola bolla finanziaria, del debito dei produttori di shale oil, in parte, è già scoppiata. In passato, quando il prezzo del petrolio aveva toccato i 30 $ nel 2016, ci sono stati moltissimi fallimenti tra i produttori di shale oil, ma una nuova fase potrebbe essere alla porte nel 2019.

I competitori dei fracker.

Con il crollo del prezzo del petrolio, anche le società petrolifere tradizionali hanno visto crollare gli utili.  Le società petrolifere tradizionali hanno spesso un costo di estrazione basso e la loro produzione è in continuo aumento.

I produttori tradizionali di petrolio, come la nostra Eni, hanno investito poco nel fracking o in altre tecnologie di estrazione del petrolio ad alto costo e ora hanno una posizione finanziaria più solida.

I produttori più tradizionali con queste caratteristiche produttive e finanziarie, possono finanziarsi a un costo ancora relativamente basso.

Perché il prezzo del petrolio rimane molto basso?

Come avrete capito, la sensazione è che il prezzo del petrolio rimane basso, schiacciato dalla necessità di continuare a produrre ad ogni costo per ripagare i debiti. Più precisamente per ripagare i debiti delle società di E&P e degli Stati che dipendono dal petrolio per sostenere il debito pubblico.

Più le società petrolifere pompano petrolio per tentare di ripagare i debiti, più il prezzo del petrolio si abbassa. Di conseguenza, per provare a rialzare la redditività e continuare a ripagare i debiti, si aumenta la produzione e si cerca di ridurre i costi. Questo produce ulteriori ribassi del prezzo del petrolio.

Visto che non si prevedono più aumenti sostenuti della domanda di petrolio. Questa dinamica si fermerà solo quando i produttori più deboli non riusciranno più a finanziarsi e smetteranno di produrre.

Le società private per finanziarsi, devono dimostrare di essere in grado poter ripagare il prestito che chiedono e rispondono agli azionisti.

Perché continuare a finanziare il debito delle società petrolifere più in crisi?

Ci sono due possibilità:

  1. Credere che le società di estrazione siano in grado di ridurre i costi di produzione fino a ritornare ad estrarre petrolio in profitto.
  2. Credere che il prezzo del petrolio debba risalire, fino a rendere di nuovo profittevoli le produzioni in perdita.

Difficile convincere un finanziatore, che il prezzo del petrolio aumenterà.

La produzione di petrolio è sempre in aumento e i consumi sono difficili da prevedere. Non è facile prevedere il prezzo del petrolio, le variabili in gioco sono troppe. Finanziare una società che ha bisogno di un prezzo del petrolio alto per fare utili è molto rischioso.

Alle società di fracking, che producono in perdita, non rimane che convincere il finanziatore di essere in grado di ridurre molto i costi di produzione. I costi dovrebbero scendere fino a rendere la produzione sufficientemente profittevole.

Questo è evidentemente molto difficile per chi ha costi di produzione molto alti, costi di finanziamento in aumento e un debito enorme.

Normalmente, diventa quasi impossibile finanziare società che non possono dimostrare di avere qualche possibilità di ripagare il prestito che richiedono. Tuttavia, nella finanza si possono creare delle bolle, basta trovare dei complici e produrre un’illusione collettiva. Come è successo nel caso dei sub-prime nella bolla del mercato immobiliare e come sta succedendo nelle cripto-valute.

4. La favola dello Shale 2.0?

Quanto le innovazioni che ci sono state, e quelle che ci saranno, riusciranno a incidere sul prezzo di produzione dello shale oil USA? Di sicuro i miglioramenti ci sono. C’è chi ha stimato una riduzione realistica dei costi di circa il 20%. Una cosa sono i miglioramenti un’altra i miracoli.

Le riduzioni di costo e i miglioramenti tecnologici li stanno facendo tutti i produttori, compresi quelli tradizionali. Se tutti riuscissero a ridurre i costi di produzione in maniera significativa, il prezzo del petrolio diminuirà ulteriormente.

Nemmeno l’OPEC da solo può evitare il calo del petrolio se i costi di produzione continuassero a scendere. Se solo l’OPEC riducesse la produzione, dopo che tutti fossero riusciti a ridurre i costi, otterrebbe solo di perdere quote di mercato.

Di conseguenza, chi ha i costi più alti, se scendesse ancora il prezzo del petrolio, dovrebbe ridurli ancora di più. Ancora oggi, nel 2018, dopo molti mesi di petrolio a 70 $, sono i produttori di shale oil ad avere i costi più alti e a non avere flussi di cassa positivi.

Basta guardare il flusso di cassa disponibile per gli azionisti (FCFE) e quello generato dalle operazioni (CFO) dei maggiori produttori di petrolio mondiali confrontato con quello dei produttori di shale oil.

Flusso di cassa disponibile per gli azionisti (FCFE) e quello generato dalle operazioni (CFO)

Come si vede dal grafico, preso da questo ottimo articolo in inglese, le compagnie petrolifere tradizionali sono quelle che riescono a produrre i maggiori flussi di cassa positivi. Invece, solo pochissimi Fracker riescono a non perdere soldi dalle operazioni.

Quando il prezzo del petrolio crolla, i produttori con i costi di estrazione più alti saranno i primi a chiudere i rubinetti o la saracinesca. Quindi alcuni produttori hanno un grosso problema, ma per ogni problema c’è una soluzione.

Lo shale oil 2.0 può essere a basso costo?

C’è chi parla di Shale 2.0, un nuovo modo a basso costo per produrre Shale Oil, sfruttando soprattutto i Big Data.

Queste nuove tecnologie rivoluzionarie dovrebbero aumentare la produttività in modo quasi miracoloso. Partendo da un costo medio di oltre 60$ al barile dello Shale Oil tradizionale, lo Shale 2.0 promette di arrivare sotto i 20 $ al barile, fino a 5$ al barile. La scommessa dello Shale 2.0 è di raggiungere gli attuali livelli di costo dei migliori produttori tradizionali di petrolio, come l’Eni e l’Arabia Saudita.

Come già spiegato in precedenza, anche riducendo molto i costi, la guerra commerciale non sarebbe necessariamente vinta. Gli avversari reagiscono riducendo i costi e il campo di battaglia può mutare.

Ad esempio, un possibile ulteriore aumento dei tassi di interesse americani cambierebbe il “campo di battaglia”. Se la Fed alzasse i tassi, a parità di prezzo del petrolio, chi ha più debito avrà più costi. Se ci pensate i tassi di interesse reali nel mondo stanno già salendo da tempo.

Il trucco nella storia dello Shale 2.0, potrebbe essere nelle dimensioni del fenomeno. Una cosa è la riduzione dei costi un’altra è fare un miracolo.

Le storie di successo nel fracking USA sono sempre di meno

Le società di fracking più sane e con la posizione finanziaria migliore, stanno adattandosi bene e continueranno a esistere in futuro. Le aziende più indebitate e gli Stati come il Venezuela, difficilmente ripagheranno il loro debito.

Purtroppo molte società di fracking non sono sopravvissute e molte altre non saranno capaci di risollevarsi. Schiacciate dall’alto costo di produzione e contemporaneamente dagli enormi debiti, andranno verso il fallimento.

Il rischio è che questo annunciato miracolo americano dello Shale 2.0, sia stata soprattutto una bella favola da raccontare all’opinione pubblica.

Ogni bolla che si rispetti ha bisogno di un sostegno “ideologico” per convincere la massa che le regole del passato non valgono più per la nuova bolla. C’è ovviamente anche bisogno di complici che permettano di aggirare le regole e i controlli. E’ stato così in tutte le bolle finanziarie e in tutti i “salvataggi” impossibili. Gli indizi che si tratti di una ennesima nuova favola da far girare, prima che scoppi questa piccola bolla del fracking, ci sono.

Il tempo ha aiutato i produttori di shale oil che hanno resistito e ora si trovano un petrolio a 70$. Ma che succederà quando il petrolio tornerà a scendere, con i debiti ancora più alti e con i tassi del rifinanziamento del debito più alti?


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Enrico Filippucci
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2 commenti su “La bolla del fracking ha bisogno di una nuova favola?”

  1. I paesi con il costo minore di estrazione sono anche paesi dove l’estrazione e l’esportazione del petrolio potrebbe diventare difficile se non impossibile in tempi brevi.
    L’Arabia Saudita negli ultimi periodi attraversa una grave crisi interna.

    L’attuale monarchia non sembra per ora capace di far fronte alla crescita del consenso da parte della popolazione ai movimenti di opposizione.
    Aggiungendo a questo il ruolo che la Russia (produttore ad alto costo) sta assumendo nella regione, sia a livello militare che politico, alla debolezza di un presidente USA a fine mandato e con un congresso a maggioranza repubblicana non vedo la posizione Saudita come una delle più brillanti.
    Gli USA e i suoi produttori sono sempre usciti vincenti da ogni guerra e si sono sempre risollevati prima degli altri da ogni crisi (creata da loro stessi). Se hanno deciso di esportare petrolio lo faranno e sicuramente ci guadagneranno.
    Per tutti gli altri produttori saranno tempi molto difficili, quindi secondo me saranno loro in maniera diretta o indiretta(…..) a stabilire quale sarà il prezzo di mercato del barile costringendo tutti gli altri produttori a seguirli.

    • Grazie per il commento. Credo che la strategia dell’Arabia Saudita fosse in parte inevitabile. La produzione mondiale di petrolio avrebbe continuato ad aumentare con il petrolio vicino a 100$.

      L’unico modo per bilanciare il mercato, dopo l’arrivo delle tecnologie di fracking, è stato con un crollo del prezzo del petrolio.

      Il Fracking 2.0, che avrebbe dovuto portare il costo di produzione sotto i 20$ al barile, non ha prodotto i risultati sperati in termini di costi ma solo in termini di produzione. Un disastro finanziario e un miracolo produttivo basati su una illusione di efficienza produttiva che non c’è.

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