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Web reputation: conoscerla e migliorarla con il self branding

 

1. Tutti hanno una reputazione online, anche senza volerlo.

Partiamo da chi cerca lavoro, credo che siamo quasi tutti d’accordo che le conoscenze sono uno dei fattori più importanti per trovare lavoro in Italia. A parità di capacità si preferisce giocare sul sicuro o fare un favore a un amico. Però non sempre chi assume riesce o vuole passare tramite la rete di classiche conoscenze, come riuscire a emergere in questi casi?

Abbiamo messo a posto il profilo Linkedin, abbiamo delle professionalità da vendere ma nessuno ci cerca. Oppure rispondiamo a moltissime offerte di lavoro ma poi siamo scartati. Eppure il curriculum era perfetto, nel colloquio di lavoro siamo stati brillanti, abbiamo trascurato qualcosa?

Forse sì, oggi dobbiamo iniziare a pensare anche alla nostra reputazione online o reputazione digitale. In inglese si parla di online reputationweb reputation.

Come vedremo, sia le persone che le aziende devono curare la propria reputazione online. Per migliorarla le aziende fanno self branding, per le persone si parla di Personal Branding. Cerchiamo di capire cosa è la web reputation, quanto è importante e come valutarla.

2. La reputazione online è sempre più importante.

Per chi non lo sapesse, la nostra web reputation è controllata assiduamente da chi assume. Molti scrivono sul web credendo di essere letti solo da 3 o 4 persone. Il primo passo deve essere la consapevolezza, non tutti se ne rendono conto. Se ne foste già pienamente consapevoli, qualsiasi cosa abbiate scritto o condiviso nel mondo digitale è stata una scelta consapevole, quindi probabilmente giusta. A volte capita che l’immagine e la “reputazione online” siano molto diverse dalla realtà, sia in peggio che in meglio.

Partiamo da dei dati oggettivi per capire l’importanza della web reputation. I dati sono forniti da Adecco, che ci dà anche un bell’esempio di employer branding.

Infografica di Adecco del 2013, il lavoro nei tempi del social recruiting e della digital reputation.

Iniziamo dall’infografica del 2013 di Adecco sul Social Recruiting e la Digital Reputation.

  • La digital reputation è ancora un altro termine introdotto da Adecco per riferirsi alla online reputation, credo per creare un hashtag unico digitalreputation o solo per riportare in inglese reputazione digitale. Digital reputation è un termine non utilizzato in campo internazionale per il momento. Pensandoci bene, una differenza può esserci tra la digital reputation di Adecco e la online reputation. Le aziende a volte chiedono di vedere anche i profili privati dei candidati, il 5% degli HR dichiara nel sondaggio di farlo. Oppure accedono in qualche modo ai profili privati dei candidati, ai gruppi chiusi e alle App per cellulari e tablet.  Il modo più semplice che mi viene in mente, con cui potrebbero arrivare alle informazioni non pubbliche, è forse utilizzando un “amico” che fa da spia. Oppure forzando il candidato a rivelare i dati privati. La digital reputation, definita da Adecco, come vedremo include anche questo tipo di dati “carpiti” sui mezzi digitali in modo quanto meno discutibile.
  • La online reputation, la web reputation, la reputazione online o la reputazione digitale sono tutti termini di uso comune che indicano la stessa cosa: la reputazione che si acquisisce nel mondo digitale con contenuti disponibili sulla rete internet. I contenuti possono essere originariamente pubblici o possono essere stati resi pubblici dopo, ad esempio: da qualcuno a vostra insaputa, da un dipendente infedele nel caso delle aziende, oppure prodotti da un indagine giornalistica, ecc.

L’edizione 2014 dell’infografica di Adecco il lavoro nei tempi del social recruiting.

Come potete vedere nell’edizione 2014 della infografica di Adecco sul Social Recuting «Il lavoro in Italia nei tempi del Social Recruiting». Il termine e l’hashtag digital reputation sono scomparsi, è rimasto solo l’hashtag socialrecruiting.

  • Soprattutto è scomparsa la domanda «hai mai chiesto a un candidato di accedere alla sua pagina Facebook?». Nel sondaggio del 2013 il 5% degli HR intervistati da Adecco aveva risposto di sì. Da un punto di vista “giornalistico” il sondaggio dell’edizione 2013 era ottimo, era il motivo per cui si era meritato la menzione nel mio articolo. Credo che nell’edizione 2014 si siano accorti che svelare questa realtà di un 5% di recruiter “impiccioni” tra gli HR, forse non era positivo né per i loro clienti né per il loro self branding. Evidentemente hanno capito che qualcosa non andava bene, troppo tardi fortunatamente per noi.
  • Emerge però dal sondaggio di Adecco del 2014 un dato molto interessante, il numero di candidati esclusi dalle selezioni di lavoro a causa delle loro attività sui social network è esploso dal 12% del 2013, al 25,5% del 2014!
  • Questo non significa però che non bisogna più scrivere sul web o che bisogna chiudere ogni spiraglio del profilo pubblico. La reputazione online è solo un’evoluzione della reputazione nel mondo reale e delle a volte eccessive investigazioni sui candidati, ora chi assume ha solo una fonte in più.

Compresa l’importanza della reputazione online nel processo di recruiting, vediamo i dati positivi.

Vediamo i dati incoraggianti emersi dal sondaggio 2014, ad esempio nelle risposte multiple troviamo:

  • Il 65% dei selezionatori va sui social media per individuare candidati mirati basati su profilo ed esperienza.
  • Il 55% dei selezionatori va sui social media per individuare candidati non attivi nella ricerca.
  • Il 59% dei selezionatori usa Linkedin per la propria professione, il secondo Facebook è al 19%, il terzo Twitter è al 12%, però tra le domande mancava Google+.

Questi dati evidenziano delle opportunità per chi è in grado di coglierle, sono anche la conferma che quello che stiamo facendo va nella giusta direzione.

Anche quest’anno il sondaggio di Adecco è stato all’altezza delle aspettative, ci ha dato informazioni interessanti. Inoltre è stato molto più ampio, hanno prodotto due report aggiuntivi separati più dettagliati:

Una debolezza del sondaggio mi sembra sia l’aver inserito nel sondaggio alcuni social marginali tra le domande sull’utilizzo dei social. Hanno inserito Tumblr e Viadeo che hanno dato risultati minimali di utilizzo e non aver inserito Google+.

Google+, lanciato solo a metà del 2011, ha più utenti attivi mensili di Linkedin, ha una customer satisfaction migliore e continua a migliorare. Credo che si possa usare anche per fini professionali.

Come gestire la web reputation?

La cosa più banale da fare per iniziare a gestire la propria Web Reputation è fare attenzione a quello che scriviamo o condividiamo sul web. Conta anche il dove si scrive, quello che è normale su Facebook, Google+ o Instagram, potrebbe non essere adatto su Linkedin.

Non esistono regole, anche giocare su Linkedin può essere utile in alcuni casi. Attenzione e consapevolezza sono già tanto quando si scrive sui Social Media.

Anche io mi appassiono su temi per me importanti, inevitabilmente si creano antipatie e simpatie. Però studio approfonditamente il mezzo su cui scrivo e cerco di riflettere sulle potenziali conseguenze di quanto scrivo.

  • Un esempio banale di inconsapevole cattiva web reputation. Ho scoperto, dopo parecchio tempo, che un amico mi aveva aggiunto in un gruppo che inneggiava alla dipartita da questo mondo di un famoso politico. Non sapevo che su Facebook i tuoi contatti potessero aggiungerti direttamente nei gruppi. Ero iscritto, senza saperlo a un gruppo, a cui non avrei mai aderito.

Consapevolezza sì, ma non facciamoci troppi problemi. Non esiste un modo di comportarsi giusto in assoluto, facendo o dicendo alcune cose si può piacere a qualcuno e non piacere a qualcun altro. Voler sembrare diversi da come siamo è dannoso secondo me, piuttosto che dire cose finte meglio non dire niente.

Le opinioni sul personal branding sono varie.

Vi racconto una confidenza di un mio amico Frank Guerra, un esperto di Neuroscienze Cognitive. Gli ho chiesto: cosa ne pensi della web reputation e del Personal Branding? Mi ha risposto:

Ti rispondo con una battuta. Ci sono due tipi di Personal Branding: quello artificiale, che serve per nascondere alcune cose ed evidenziarne altre; e quello sincero, che serve per dare la possibilità agli esperti di neuro scienze e agli psicologi di trovare qualcosa che non va o qualcosa da sfruttare, nella personalità o nei comportamenti di chi scrive.

Il mondo digitale è spietato, tutto quello che facciamo on-line è analizzato e memorizzato per molti anni.

Come valutare o “pesare” la nostra web reputation?

Escludendo errori evidenti, per valutare oggettivamente quale è la nostra reputazione online, dovremmo saper misurare i risultati delle nostre azioni nei social network e valutare le informazioni presenti in rete.

Queste valutazioni qualitative sono difficili. Ad esempio, la web reputation di un responsabile delle risorse umane ha dei parametri di valutazione diversi da quelli di un cantante rock.

Per iniziare possiamo vedere semplicemente cosa c’è su di noi nel web. Basta fare una ricerca su Google con il nostro nome e cognome. Già così si capisce molto di cosa circola su di noi in rete.

Per le aziende, e per chi ha soldi da spendere, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono software e servizi dedicati per monitorare e analizzare la web reputation, e tutto quello che è avvenuto nella rete. Ad esempio, questi sono i servizi di analisi delle conversazioni online che possiamo offrire in alcuni settori verticali di business. Possiamo analizzare quello che è avvenuto in rete dal 2010 a oggi.

Forse alcune aziende usano gli stessi software o gli stessi servizi di analisi anche per monitorare la reputazione online dei candidati.

3. Cosa è il Self Branding e chi lo fa?

Nel marketing si è capito da molto tempo che l’immagine che un consumatore ha di un brand si sviluppa in modo complesso. Con il termine self branding, si possono identificare quelle azioni che cercano di fare identificare i consumatori con il brand.

Quando un brand, oltre ad essere associato a prodotti e servizi di ottima qualità, riesce a comunicare anche delle emozioni positive o dei valori comuni, il consumatore può identificarsi più facilmente con il brand. Si può semplificare il risultato di un buon self branding con la “fedeltà al marchio” da parte del consumatore

Con lo sviluppo del web e dei social network il self branding è diventato molto più importante e viene utilizzato molto di più.

Personal branding: il self branding delle persone.

Il personal branding deriva dal self branding, anche le persone possono essere viste come un brand. Utilizzare il self branding per promuoversi nel mondo del lavoro, potrebbe sembrerebbe una forma di manipolazione della propria immagine per farsi “comprare”.

Chi lo interpreta in questo modo non ottiene risultati duraturi, oltre alle parole ci devono sempre essere i fatti. Ad esempio, non si può sperare di essere ammirati per la capacità di innovare se poi non si continua a innovare costantemente. I brand migliori non fanno solo innovazione, ma comunicano costantemente e nel migliore dei modi i loro valori.

Anche noi, come fossimo un brand, dobbiamo comunicare i nostri punti di forza e i nostri valori. Comunicare correttamente e al meglio, i veri valori del nostro brand, non è facile ma è necessario.

  • Il primo passo per fare personal branding è, secondo me, scoprire quali sono le nostre passioni, per sapere cosa comunicare.
  • Poi si può pensare di sviluppare una presenza sul web per comunicare nella maniera migliore.

Spesso le passioni coincidono con le professionalità, in questo caso è forse più efficace o più facile. Comunque le capacità di una persona vengono fuori sempre, anche da passioni o intessi non professionali.

L’argomento del self branding è vasto e già molto commentato in rete. Conosco molto bene le vendite e il marketing, ho lavorato molti anni nelle vendite dirette di multinazionali americane e sono stato anche brand manager. Come vedrete, le mie esperienze non si sono fermate ai soli ambiti lavorativi classici, spero di potervi raccontare qualcosa di diverso.

Employer branding: il self branding di chi fa ricerca e selezione di personale.

Come abbiamo visto nell’esempio di Adecco, anche chi assume cerca di migliorare la propria reputazione sul web, facendo employer branding. Il modo migliore è farlo comunicando contenuti di qualità appositamente creati sui social network, vediamo come:

  • Proprio con questa ottica, Linkedin sta spingendo tutti i professionisti delle risorse umane a migliorare la” Talent Acquisition” con il “Content Marketing” proponendo dei seminari on line. Su Linkedin è possibile scrivere dei post con Pulse, quasi come se avessimo un blog. I social network hanno un forte interesse ad avere contenuti di qualità gratis, soprattutto se creati da professionisti. Comunque, scrivere solo post potrebbe non bastare.
  • Un altro modo per fare employer branding è creando delle community o facendo intervenire gli HR in modo professionale ed empatico nei gruppi o nelle community di altri.

Come è normale, non tutte le strategie di employer branding sono virtuose:

  • Alcuni head hunter, spinti dalla crisi del loro settore, hanno capito fin troppo bene l’importanza del self branding. Sfruttando il loro titolo di Head Hunter, con abili provocazioni da marketing virale e alcune volte persino con annunci di lavoro fittizi, si sono aggiunti alla lunga lista di venditori di corsi, libri e consulenze per chi cerca lavoro. Facendo un personal branding discutibile, mascherato da employer branding, guadagnano in termini di notorietà e probabilmente di fatturato ma forse perdendo in credibilità e autorevolezza come head hunter.
  • Paradossalmente, proprio in un settore così delicato, si può arrivare facilmente a degli eccessi. La spettacolarizzazione da parte di grandi e piccole aziende delle selezioni di lavoro è una brutta tendenza. Questo può succedere con le competizioni con i video CV pubblici.

Quindi, nemmeno fare bene l’employer branding è facile, anche qui la crisi può portare a degli eccessi. Comunque, chi porta valore nei contenuti che offre non ha bisogno di arrivare agli eccessi per emergere.

4. La rete dei contenuti digitali.

Vediamo come i contenuti vengono distribuiti al pubblico su internet. Partiamo ad esempio dai contenuti prodotti in un gruppo Linkedin, prima di tutto il gruppo li produce per Linkedin. I contenuti che produciamo e condividiamo su Linkedin aiutiamo il brand di Linkedin e non solo il brand, anche il fatturato.

Se il gruppo è aperto, ovvero visibile su tutto il web, i motori di ricerca come Google, Bing, Yahoo e gli altri, usano i contenuti di Linkedin e del gruppo. I motori di ricerca usano i contenuti prodotti nei Social Media per migliorare il loro brand e soprattutto il loro fatturato.

Queste ramificazioni possono assumere molte forme. Ad esempio, chi non trova sufficiente spazio per esprimersi tramite i grandi social media, può farlo creando un proprio blog. I contenuti del blog saranno condivisi, ad esempio, su Google+ o su Twitter e indicizzati dai motori di ricerca. Alla fine “in cima” troveremo sempre i motori di ricerca, sono loro che decidono cosa “evidenziare” sul web e cosa no.

Visto che il motore di ricerca più usato è Google, specialmente in Europa, la maggior parte delle persone cerca di “piacergli”. Come si fa a piacere a un motore di ricerca? Curando la SEO (Ottimizzazione per i motori di ricerca) dei contenuti che produciamo. Come si cura la SEO? Semplificando molto, producendo contenuti di valore e rendendoli facilmente fruibili dagli utenti e dai motori di ricerca.

Non basta più fare self branding pensando solo ai motori di ricerca.

Verrebbe da pensare che la conclusione del mio ragionamento sia: contano soprattutto i motori di ricerca. Quindi, se abbiamo posizionato bene il nostro blog e i nostri contenuti nei motori di ricerca, abbiamo fatto un capolavoro di self branding.

Non è più così, anche i Social Network hanno una enorme potenza di comunicazione, l’uso dei motori di ricerca classici potrebbe divenire sempre meno importante in futuro.

Come vedremo, anche se il 90% delle ricerche su internet in Europa è fatto tramite Google, questo forse non significa che Google abbia il controllo del successo dei contenuti.

Chi decide il successo dei contenuti?

Il successo di un post, di un Tweet, di una foto, di un sito o qualsiasi cosa giri sul web è determinato da tanti fattori. Ad esempio, nei nostri gruppi su Linkedin, come proprietario, posso promuovere un po’ di più i miei contenuti e non fare pubblicare quelli di altri che non reputo adatti. In un certo senso ho ruolo simile a quello che ha la pubblicità sui motori di ricerca o quello di un direttore di un giornale.

Lo stesso si può dire per un “influencer”, un influencer è in generale una persona o una società che ha tantissimi follower attivi.

La forza dei social network è rendere tutti influencer, chi più, chi meno.

Chiunque condivide i propri contenuti e quelli di altri sui suoi profili social fa delle scelte editoriali precise. Un discorso simile si può fare per i “like”.

Quindi, il successo dei contenuti non è determinato solo dai manager delle comunità online, dagli influencer e dai motori di ricerca. Il successo di un contenuto possono deciderlo tutti: i membri di un gruppo, i follower di persone o pagine, gli iscritti ai social network e, se il contenuto è visibile su internet, chi usa i motori di ricerca. Tutti possono cambiare il destino di un contenuto.

  • Gruppi, community e forum, se gestiti bene, sono dei palcoscenici meritocratici, che spesso permettono ai migliori contenuti di emergere. Questo dà valore a chi li produce e al gruppo o al forum che li ospita. Ad esempio, questo sito e i mie gruppi possono offrire ai più bravi, la possibilità di fare personal branding e per le aziende, sotto alcune condizioni, di fare employer branding e self branding. Questo vale anche per me e per le imprese che creo o rappresento.
  • Gli influencer e i follower di un influencer, possono decidere le sorti di un contenuto, con meccanismi quasi identici a quelli delle comunità online.

Nei primi anni della mia vita lavorativa in IBM, ho letto una frase che era scritta su un poster e mi è rimasta impressa: “IL NOSTRO VALORE È QUELLO CHE CI RICONOSCONO I CLIENTI”. Questo vale anche su internet, dove i “clienti” sono i milioni di uomini e donne che ogni secondo decidono cosa ha valore per loro e cosa no, sia sui motori di ricerca che sui Social Network.

Tutto questo è molto più di dare valore ed esprimere il proprio apprezzamento o disapprovazione da parte di tante persone. Nei social network si possono creare delle emozioni collettive, come in un enorme amplificatore emotivo.

Chi decide il successo dei prodotti?

Un prodotto è ormai un contenuto digitale come un altro, ha una descrizione, dei like e dei commenti. Quasi ogni sito di eCommerce permette di lasciare referenze con un profilo pubblico. Spesso è possibile consultare anche la storia delle recensioni di ogni singolo utente.

  • Amazon, ad esempio, è un social network di consumatori e venditori. Amazon attrae per questo un enorme traffico di recensioni, commenti, oltre che di acquisti e vendite. Ci sono persino un numero enorme di ricerche interne, come fosse un motore di ricerca e comunque quasi tutti i suoi contenuti sono disponibili per i motori di ricerca.

Da sempre si vende su Google, Bing e altri motori di ricerca creando siti web e App, e ora sia Google che Facebook iniziano a vendere direttamente. Un venditore e un prodotto sono entrambi brand che hanno bisogno di una ottima web reputation. Anche noi abbiamo il nostro brand da far crescere e tutelare.

La forza dirompente dei Social network.

Affronteremo il tema dei vari Social Network più avanti, ora vorrei farvi riflettere sulla forza dirompente dei Social Network:

  • Ricordiamoci quello che succede con Twitter in Turchia o quello che è stato Facebook nelle primavere arabe.
  • Ricordiamoci come la famiglia Clinton, che controllava il partito Democratico Americano, ha dovuto cedere il passo a Obama che ha saputo sfruttare la spinta inarrestabile dei Social Media.
  • Ironia della sorte, Hillary Clinton, ha perso ancora, questa volta contro Trump, nonostante avesse l’appoggio quasi totale dei media USA. Trump, quasi senza TV e giornali, ha fatto un uso molto aggressivo e controverso dei social media, che però ha funzionato.
  • In Russia e soprattutto in Cina, i social media e il web sono controllati massivamente dal governo. Ad esempio, in Russia i maggiori oppositori al partito di Putin erano blogger, alcuni sono finiti in carcere altri sono finiti peggio.

Come avete visto, molti potenti temono il web, vorrebbero bloccare social network, blog e motori di ricerca. Quello che non fa più la stampa o non può fare la stampa, lo fanno i Social Network e i Blog. Chi li sottovaluta fa un errore enorme o è in malafede.

Non solo i potenti temono i Social Network e internet.

Le aziende rischiano di perdere il controllo delle scelte dei clienti se trascurano il mondo dei social e di internet.

Ad esempio, Adecco è presente nei Social Media e sul web con attività e contenuti come quelli che abbiamo discusso.

Nell’era dei social network, chiunque ha una posizione di vantaggio consolidata, ha oggi molte più difficoltà per bloccare i concorrenti. Figuriamoci se si è già deboli. Ovviamente i concorrenti devono comunque essere più bravi per emergere, ma le rendite di posizione sono più difficili. In un certo senso, come spiegato nel link seguente, siamo tutti nel mirino dei social network.

La cosa più importante è che chiunque abbia una buona idea da sviluppare e delle capacità, possa avere come alleato, oltre che come nemico, il mondo digitale. Non è facile, perché chi emerge e diventa il più forte, cerca di bloccare chi potrebbe competere con lui, ma fortunatamente ancora si può fare.

Meglio concentrarsi sui lati positivi e le opportunità che ci offre il mondo digitale.

5. Con quali mezzi di comunicazione digitali iniziare o quali preferire?

Meglio partire o preferire i grandi social network, o e meglio partire o preferire i siti web o le App private?

Ad esempio, io ho fatto questo percorso:

  1. Presenza sui Social. Ho iniziato la mia presenza nel modo digitale online quando lavoravo in USDATA, nel 1993 con CompuServe, ancora non esisteva Internet. Nel 1995 sono approdato su Internet. Il primo profilo social è stato Facebook nel 2007, poi Linkedin nel 2008 e Twitter nel 2009. Il mio primo gruppo è stato quello universitario fondato a maggio 2008, quando lavoravo in IBM. I gruppi professionali li ho fondati nel 2011.
  2. Sviluppo siti web. Nei primi mesi del 2014 ho iniziato a sviluppare siti web. Dopo 5 anni di sviluppo di siti WordPress, per me e per altri, posso configurare e ottimizzare WordPress nel migliore di modi. Avendo anche un mio cloud hosting riesco a ottimizzare tutta l’infrastruttura tecnologica e ad utilizzare le ultime novità. I mie siti web sono tra i pochi ad avere https, http/2, HSTS Preload, php 7,2, MySQL 8.0 e Ubuntu 18.04.

Cosa comporta aprire un sito web.

Anche se i social network possono essere sufficienti per fare personal branding. Si può fare un sito web per fare più cose e meglio.

Alcune considerazioni da fare prima di aprire un sito web:

  1. Creare un sito web è più complesso rispetto a usare solo i Social Media o i Blog preconfezionati.
  2. Farsi fare un sito web da altri può essere costoso e farlo da soli può essere un grosso impegno, se fatto bene.
  3. Con un buon sito web, si possono produrre contenuti di maggiore qualità e i contenuti possono venire indicizzati meglio dai motori di ricerca. Ad esempio, su Linkedin è generalmente più complicato scrivere e diffondere i contenuti in italiano, ci sono limitazioni se si usa Pulse.
  4. Se deciderete di aprire un sito web, anche solo per fare personal branding, conviene promuoverlo sui Social Media, l’impegno si moltiplica. Tuttavia, bisogna tenere presente che non tutti accetteranno i contenuti di altri siti web. Spesso, per vari motivi, i “padroni di casa” (Facebook, Linkedin, i proprietari dei blog o dei gruppi) preferiscono privilegiare i contenuti creati localmente.
  5. Il motivo principale che giustifica l’apertura di un sito web è la libertà. Con un sito web e le App mobile si può fare qualsiasi cosa nel mondo digitale, non ci sono limiti di sviluppo e di espressività, tranne i soldi da investire e il tempo. Quando si hanno in mente progetti un po’ ambiziosi, alla fine, si deve fare questo passo.
  6. Per fare solo del personal branding non è necessario avere un sito web ma è utile per produrre dei contenuti migliori e per essere più autorevoli sui motori di ricerca e su tutti i social media.

La mia esperienza.

Per il successo di un sito web lo sviluppo del sito e dei contenuti sono la parte più importante e più impegnativa. Sviluppare un sito web e i sui contenuti, è un impegno notevole, se fatto a regola d’arte.  Se lo avessi fatto solo per fare personal branding non ne sarebbe valsa la pena.

Ci sono dei siti in cui si deve curare molto la parte grafica, altri, come questo sito, dove i contenuti sono più importanti. In ogni caso bisogna avere un sito tecnicamente avanzato, altrimenti è quasi inutile parlare di SEO e allora è meglio investire i soldi in pubblicità per il sito sui motori di ricerca o sui social. Chiaramente, con un sito arretrato tecnicamente si rischia di ottenere scarsi risultati anche con la pubblicità, ma è sempre meglio che niente.

La diffusione dei contenuti del sito sui social media può essere importante. Invece, le pagine aziendali sui social network sono di solito secondarie o inutili, a meno che non si debba fare pubblicità a pagamento o non si è già noti al pubblico. Io comunque le creo sempre, qualora si debba fare pubblicità sono necessarie e si evita che qualcuno prenda il nome del sito sui social.

Essere presenti solo sui social media è un rischio.

Visto che ho creato delle grandi comunità online su Linkedin qulcuno penserà che mi saranno riconoscenti? Assolutamente no, le multinazionali favoriscono la competizione interna per massimizzare i profitti.

Ad esempio, se la sede italiana non vede il fatturato o i benefici che Linkedin riceve grazie ai mio gruppi, o semplicemente fa cose diverse, nella migliore delle ipotesi se ne disinteressa.

Qualcuno che protegge i gruppi dentro Linkedin ci dovrebbe essere. Ma il manager dei gruppi deve combattere con chi gestisce le altre divisioni e con chi valuta i suoi risultati. Credo che Linkedin non distruggerà tutto e continuerà a migliorare, ma potrei anche sbagliarmi. Ad esempio, gli ultimi cambiamenti nei gruppi hanno fatto molti danni ai gruppi e a Linkedin. Forse Linkedin ha ora capito di aver sbagliato e sembra che i gruppi torneranno ad essere importanti dentro Linkedin.

Un famoso investitore diceva:

Investo in aziende dove, anche se dovesse arrivare al vertice un incapace, l’azienda sopravviverebbe. Perché l’incapace può sempre arrivare.

Sviluppando i miei siti web ho eliminato il rischio che un incapace arrivi a capo di uno dei social network, sul quale ho investito le mie energie, e distrugga il mio lavoro. Chi costruisce il suo brand solo sui social network, si esponete al rischio di subire le decisioni più o meno intelligenti dei social network. I cambiamenti sono stati, in alcuni casi, disastrosi per alcuni utenti, diversificare è sempre una scelta intelligente.

Con un sito web o con un App, almeno questo rischio esterno non c’è. Ci sono altri rischi, altri problemi, vantaggi o svantaggi.

Veniamo alla domanda iniziale, con quali mezzi di comunicazione digitale iniziare o su quali puntare di più?

Non esiste una risposta semplice a questa domanda. Diffidate da chi ha tutte le risposte, specialmente se non ha mai fatto niente di notevole nel mondo digitale. Ogni mezzo di comunicazione sul web ha vantaggi e svantaggi e il futuro non lo conosce nessuno. Bisogna fare degli esperimenti e provare tutto quello che potrebbe esserci utile.

Tutti abbiamo i nostri Social Network preferiti. Anche io ho delle preferenze, cerco comunque di essere oggettivo nelle valutazioni e mi tengo sempre aggiornato.

Ormai, per quasi ogni interesse o scopo, e per ogni formato digitale, esiste un social network. La scelta è vastissima, ma alla fine si finisce quasi sempre per preferire quelli più adatti alle nostre passioni lavorative o private.

Si può anche decidere di investire pochissimo sui social network e puntare subito su un proprio sito web o su un App.

Qualsiasi scelta facciamo, l’importante è fare le cose molto bene sotto qualche aspetto, possibilmente essere i migliori in qualche cosa. Almeno dovremmo fare cose diverse e originali.

Si può fare personal branding, employer branding o in generale self branding, in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento digitale, basta farlo bene.

I social network che amo di più:

  1. Linkedin è il leader indiscusso dei Social network professionali e offre molte opportunità per chi le sa cogliere. Non è detto che in futuro sarà ancora così. Sono un vero esperto di Linkedin, ma purtroppo, Linkedin di passi falsi ne ha fatti molti e alcuni hanno danneggiato molti utenti.
  2. Twitter è il social network dove preferisco condividere di più e dove leggo più notizie. Per le notizie real time, concise e veloci. Twitter non ha rivali. Le liste di persone e le ricerche per parola chiave o hashtag sono il suo punto di forza. Per ricevere informazioni tematiche in tempo reale credo sia il migliore.
  3. Facebook, nonostante mi piaccia meno, è quasi irraggiungibile come numero di utenti e rilevanza. Gli amici vecchi e nuovi sono quasi tutti su Facebook, anche quelli meno digitali, tranne chi lo odia. Ha una quantità di contenuti impressionate, su Facebook ci sono quasi tutti e continua a migliorare e ad aggiungere nuove funzionalità.
  4. Mi piacere tecnicamente Google+, come Facebook, ha molte funzionalità uniche per chi vuole creare comunità online, è snello e veloce. Peccato non sia più utilizzato, sarebbe un’ottima alternativa a Facebook.
  5. Nella definizione di social network di successo si può includere anche YouTube. Per i video è il mio preferito, ma ormai anche Facebook è diventato concorrenziale sui video.
  6. Lo ammetto, a me i Social Network di immagini, come Pinterest e Istagram, piacciono poco, è un mio limite. Devo dire però che chi li sa usare ottiene risultati eccellenti e non escludo che possano continuare ad avere sempre più successo.

La lista potrebbe essere quasi infinita, i social network sono miglia. Ci sono i social network specifici per l’eCommerce in generale, per i libri, quelli per le slide come Slide Share, quelli di blogging, ecc.

Conclusione, cosa abbiamo capito sulla web reputation.

Torniamo al punto centrale dell’articolo, abbiamo visto che la web reputation non è molto diversa dalle conoscenze personali. Non ci sono alchimie strane, solo attenzione e duro lavoro, come nel mondo reale, i risultati poi arrivano. I nostri valori contano anche nel mondo digitale. Le incomprensioni e gli sbagli fanno parte del gioco, ma spesso si possono riparare.

Non bisogna cercare scorciatoie facili, ad esempio, chi va avanti copiando le idee di altri, secondo me, sarà sempre due passi indietro. Alla fine, chi copia rovinerà la sua reputazione online e non avrà imparato quasi nulla.

Per alcuni aspetti, è più difficile gestire la web reputation nel mondo digitale che la reputazione nel mondo reale. Ci sono tantissimi strumenti a disposizione, anche troppi. Nel mondo digitale la reputazione può essere amplificata milioni di volte nel bene e nel male Anche grazie ai social media, la web reputation può cambiare enormemente la reputazione nel mondo reale sia in meglio che in peggio. Ma può succedere anche il contrario.

I mondo digitale può essere molto volubile, oggi puoi essere tra le stelle domani tra le stalle. I contatti reali con le persone restano sempre, per fortuna, il mezzo più coinvolgente e bello per comunicare e stringere relazioni forti e durature.

Nonostante i rischi e i costi, non si può trascurare il mondo digitale, potrebbe fare la differenza per essere scelti o per farci conoscere positivamente come professionisti o come azienda.

6 – Questo articolo funziona per fare personal branding?

Sto condividendo delle informazioni sulla web reputation e il personal branding, ho fornito alcuni spunti di riflessione. Lo sto facendo raccontando anche una storia, quella dei mie progetti. Sperando che almeno la mia esperienza risulti, sotto qualche aspetto, unica.

Perché condivido la Infografica di Adecco? Ho inserito il link perché mi servivano dei dati oggettivi. Inoltre, secondo me, è fatta bene e quindi mi permette di aumentare il valore delle cose che ho scritto. Senza i dati le mie parole sarebbero state solo opinioni.

In questo modo forse qualcuno condividerà questo post. Sembrerebbe tutto a posto però questo post potrebbe risultare un errore di comunicazione e non solo. Forse la parte più utile di questo articolo sono gli spunti di riflessione e i dubbi solleva.

Facciamo un’analisi per trovare eventuali punti deboli o critici:

a) Ho pestato i piedi a qualcuno?

Magari adesso un capo della Adecco non gradisce che io abbia messo in evidenza, all’inizio di questo articolo, anche quello che potrebbe essere stato un piccolo problema nel loro self branding. Questo potrebbe crearmi qualche problema, perché le grandi aziende a volte usano strumenti “sporchi” di reputation management.

Ci sono agenzie di reputation management che invece di produrre contenuti positivi, provano ad oscurare quello che reputano danneggi il loro brand. Fanno questo lavoro sporco per i grandi brand, ma se qualcuno lo scoprisse, sarebbe un grosso problema per loro e soprattutto per i grossi brand che si affidano a queste agenzie.

Oppure, gli HR che chiedono ai candidati di vedere il loro profilo privato su Facebook, si potrebbero sentire offesi perché li ho definiti ironicamente recruiter “impiccioni”. Non si può piacere a tutti e non si deve piacere a tutti ma meglio esserne consapevoli.

b) Ho parlato bene di un brand odiato?

Al contrario, il post potrebbe non funzionare ed essere giudicato male perché ho fatto riferimento ai dati forniti da Adecco. Ad esempio, chi lo leggerà potrebbe avere avuto una brutta esperienza con un dipendente Adecco. Se fossero tanti potrebbe essere un problema, anche se sarebbe un problema più per Adecco che per me.

Come nel mondo reale i sentimenti, gli umori e i fraintendimenti possono condizionare tutto, non è matematica. Le aziende sono amate o odiate, condividere qualcosa del loro branding è un rischio. Avrei preferito tutte fonti indipendenti ma per i dati sul social recruiting non ne ho trovate.

c) Ho parlato troppo di me, dei mie progetti o interessi?

Se vogliamo, anche quello che a mio avviso, è un punto di forza di questo articolo, potrebbe essere motivo di non condivisione o di disapprovazione. Ho raccontato i mie progetti, qualcuno potrebbe pensare legittimamente, sta “vendendo” quello che fa.

Secondo me, condividere alcune delle proprie strategie è un gesto da apprezzare. Molti non raccontano mai niente “gratis”, temendo di essere copiati. Secondo me, chi va avanti copiando copierebbe lo stesso, ci metterà solo un po’ più di tempo. L’unico modo per emergere è continuare a migliorare ed essere il più possibile originali.

d) Ho scritto troppo?

L’articolo è lungo, non so quanti arriveranno fino a qui. Molti, se vedono un articolo lungo, non iniziano nemmeno a leggerlo, a meno che non abbiano un forte interesse. Inoltre, rendere facilmente fruibile e non noioso, un articolo così lungo non è facile, se si sbaglia si perdono subito i lettori.

Si potrebbe continuare con i dubbi, ma come vedi, scrivere per il web e i social, per migliorare il proprio brand, non è per niente semplice. Anche se sei un professionista, ci vuole poco per essere ignorati o peggio ottenere l’effetto contrario a quello voluto.

Un esempio di come persino dei professionisti possono rovinare la web reputation di un’azienda.

La Fiat, che paga i migliori professionisti per le sue campagne di comunicazione, offese molte donne solo per aver pubblicizzato l’8 Marzo 2013, per la festa della donna, i sensori di parcheggio gratis.

Se la Fiat avesse offerto l’autoradio non ci sarebbe stato nessun problema. La campagna era partita proprio su Facebook e aveva un intento di diffusione con un marketing virale, sfruttando la promozione per le donne dei sensori di parcheggio. Evidente la ritenevano simpaticamente ironica e condivisibile.

Invece ha prodotto una rivolta delle donne sui Social Network contro il messaggio della Fiat. Le donne non hanno gradito l’ironia su un luogo comune maschilista. Il messaggio è stato invece percepito come una campagna sessista e offensiva.

Anche chi non è un professionista di grido nel settore, avrebbe potuto facilmente intuire che era probabile l’effetto boomerang. Sulla rete ci sono ancora le foto di quella maldestra campagna e i commenti.

Bisogna essere consapevoli che le cose si possono vedere da molti punti di vista diversi. È facile trasformare il self branding in cattivo branding.

Provare a mettersi nei panni di chi ci potrebbe leggere è un buon esercizio. Nel dubbio possiamo chiedere un’opinione a qualcuno di cui ci fidiamo. In ogni caso, rileggete molte volte se avete tempo e se non ne avete fatelo, quando ne avrete.


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Enrico Filippucci
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