Web reputation: conoscerla e migliorarla con il self branding

Condividi su: fb in

1. Tutti hanno una reputazione online, anche senza volerlo.

Partiamo da chi cerca lavoro, credo che siamo quasi tutti d’accordo che le conoscenze sono uno dei fattori più importanti per trovare lavoro in Italia. A parità di capacità si preferisce giocare sul sicuro con persone che conosciamo e stimiamo. Però, non sempre chi assume riesce o può passare tramite la rete delle classiche conoscenze, come riuscire a emergere in questi casi?

Può succedere di rispondere a moltissime offerte di lavoro e venire scartati pur avendo le competenze e le capacitò giuste. Eppure il curriculum era perfetto, nel colloquio di lavoro siamo stati brillanti, abbiamo trascurato qualcosa? Spesso si fanno errori in fase di colloquio oppure, a volte, ci si scontra con i pregiudizi e le insicurezze dei selezionatori.

I motivi per essere o non essere scelti possono essere tanti e oggi c’è una variabile in più, il web è diventato lo specchio della vita reale. Quindi, esiste per ogni persona e per ogni azienda una reputazione online, in inglese web reputation. Di conseguenza, sia le persone che le aziende devono pensare alle possibili reazioni e alle relazioni nel mondo digitale.

2. La reputazione online è sempre più importante.

Per chi non lo sapesse, la nostra web reputation è controllata assiduamente da chi assume. Molti scrivono sul web credendo di essere letti da pochissime persone, raramente è così. Il primo passo deve essere la consapevolezza dell’esistenza di una reputazione in rete e del suo peso, non tutti se ne rendono conto. A volte capita che l’immagine e la “reputazione online” siano molto diverse dalla realtà, sia in peggio che in meglio.

Partiamo da dati oggettivi per capire l’importanza della web reputation. I dati sono un po’ vecchi ma proprio per questo sono più significativi, perché dimostrano che il fenomeno non è recente.

Infografica di Adecco del 2013, il lavoro nei tempi del social recruiting e della digital reputation.

Iniziamo dall’infografica del 2013 di Adecco sul Social Recruiting e la Digital Reputation.

La digital reputation è ancora un altro termine introdotto da Adecco per riferirsi alla online reputation, credo per creare un hashtag unico digitalreputation o solo per riportare in inglese reputazione digitale. Però, pensandoci bene, qualche peculiarità può esserci nella digital reputation di Adecco. Come emerge dal sondaggio, le aziende a volte chiedono di vedere anche i profili privati dei candidati, il 5% degli HR dichiara nel sondaggio di farlo.

Ci sono anche altri sistemi per accedere ai profili privati dei candidati e ai gruppi chiusi. Il modo più semplice che mi viene in mente, con cui potrebbero arrivare alle informazioni non pubbliche, è utilizzando un “amico” che fa da spia, oppure forzando il candidato a rivelare i dati privati. La digital reputation, definita da Adecco, come vedremo include anche questo tipo di dati “carpiti” sui mezzi digitali in modo quanto meno discutibile.

Per farla breve, la reputazione online non è altro che la fama che si acquisisce con contenuti in formato digitale. I contenuti possono essere creati dalla persona o dall’azienda e messi in rete o possono essere stati creati o resi accessibili da altri.

L’edizione 2014 dell’infografica di Adecco il lavoro nei tempi del social recruiting.

Come potete vedere nell’edizione 2014 della infografica di Adecco sul Social Recuting «Il lavoro in Italia nei tempi del Social Recruiting». Il termine e l’hashtag digital reputation sono scomparsi, è rimasto solo l’hashtag socialrecruiting.

  • Soprattutto è scomparsa la domanda «hai mai chiesto a un candidato di accedere alla sua pagina Facebook?». Nel sondaggio del 2013 il 5% degli HR intervistati da Adecco aveva risposto di sì. Da un punto di vista “giornalistico” il sondaggio dell’edizione 2013 era ottimo, era il motivo per cui si era meritato la menzione nel mio articolo. Credo che nell’edizione 2014 si siano accorti che svelare questa realtà di un 5% di recruiter “impiccioni” tra gli HR, forse non era positivo né per i loro clienti né per il loro self branding. Evidentemente hanno capito che qualcosa non andava bene, troppo tardi fortunatamente per noi.
  • Emerge però dal sondaggio di Adecco del 2014 un dato molto interessante, il numero di candidati esclusi dalle selezioni di lavoro a causa delle loro attività sui social network è esploso dal 12% del 2013, al 25,5% del 2014. La nostra imagine online è solo un’evoluzione della reputazione nel mondo reale e delle, a volte, eccessive investigazioni sui candidati. La differenza con il passato è solo che ora chi assume ha una fonte, spesso molto ricca, in più.

Compresa l’importanza della reputazione online nel processo di recruiting, vediamo i dati positivi.

Vediamo i dati incoraggianti che erano emersi dal sondaggio del 2014, ad esempio nelle risposte multiple troviamo:

  • Il 65% dei selezionatori va sui social media per individuare candidati mirati basati su profilo ed esperienza.
  • Il 55% dei selezionatori va sui social media per individuare candidati non attivi nella ricerca.
  • Il 59% dei selezionatori usava Linkedin per la propria professione, il secondo Facebook era al 19%, il terzo Twitter era al 12%.

Questi dati evidenziano delle opportunità per chi è in grado di coglierle, sono anche la conferma che quello che stiamo facendo va nella giusta direzione.

Il sondaggio di Adecco del 2014 è stato all’altezza delle aspettative, ci ha dato informazioni interessanti. Inoltre, è stato molto più ampio, hanno prodotto due report aggiuntivi separati:

Hanno inserito anche Tumblr e Viadeo, che però sono risultati minimali. Devo ammettere che aveva ragione Adecco che ha escluso Google+ dal suo sondaggio, infatti è stato chiuso.

Come gestire la web reputation?

Credo che la reputazione online sia ancora più importate oggi. La cosa più banale da fare per iniziare a gestire la propria web reputation è riflettere su quello che scriviamo o condividiamo sul web. Conta anche il dove si scrive, infatti quello che può essere normale su altri social network, potrebbe non essere adatto su Linkedin.

Non esistono regole valide per tutti, persino giocare su Linkedin può essere utile in alcuni casi, però, come minimo ci vuole attenzione e consapevolezza. Facendo o dicendo alcune cose si può piacere a qualcuno e a qualcun altro no. L’importante è capire dove, cosa e come si comunica e domandarsi se può interessare o piacere alle persone giuste per noi o per nostra azienda.

Questo non significa dover comunicare quello che vogliono gli altri, voler sembrare diversi da come siamo non porta da nessuna parte. Significa, comunicare consapevolmente i nostri punti di forza nel modo migliore evitando malintesi e errori.

Le opinioni sul personal branding sono varie.

Vi racconto una confidenza di un mio amico Frank Guerra, un esperto di Neuroscienze Cognitive. Gli ho chiesto: cosa ne pensi della web reputation e del Personal Branding? Mi ha risposto:

Ti rispondo con una battuta. Ci sono due tipi di Personal Branding: quello artificiale, che serve per nascondere alcune cose ed evidenziarne altre; e quello sincero, che serve per dare la possibilità agli esperti di neuro scienze e agli psicologi di trovare qualcosa che non va o qualcosa da sfruttare, nella personalità o nei comportamenti di chi scrive o condivide.

Il mondo digitale è spietato, tutto quello che facciamo on-line è analizzato e memorizzato per molti anni.

Come valutare o “pesare” la web reputation?

Escludendo errori evidenti, per valutare oggettivamente qual è la nostra reputazione online, dovremmo saper misurare i risultati delle nostre azioni nei social network e valutare le informazioni presenti in rete.

Queste valutazioni qualitative sono difficili. Ad esempio, la reputazione online di un responsabile delle risorse umane di una banca ha dei parametri di valutazione diversi da quelli di un cantante rock. Si devono usare metriche diverse persino per valutare l’immagine professionale online di chi fa lo stesso lavoro, perché variano a seconda della cultura aziendale.

Comunque, per iniziare possiamo vedere semplicemente cosa c’è su di noi nel web. Basta fare una ricerca su Google con il nostro nome e cognome. Già così si capisce molto di cosa circola su di noi in rete. Inoltre, nel caso di un professionista, conviene controllare, aggiornare e pulire il profilo Linkedin. La stessa cosa andrebbe fatta su gli altri profili social, infatti, per alcune professioni possono essere più importanti i profili su YouTube e Instagram, piuttosto che quello su Linkedin.

Per le aziende, e per chi ha soldi da spendere, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono software e servizi dedicati per monitorare e analizzare la web reputation, e tutto quello che è avvenuto nella rete. Ad esempio, questi sono i servizi di analisi delle conversazioni online che possiamo offrire in alcuni settori verticali di business. Possiamo analizzare quello che è avvenuto in rete dal 2010 a oggi.

Forse alcune aziende usano gli stessi software o gli stessi servizi di analisi anche per monitorare la reputazione online dei candidati.

3. Cos’è il Branding e chi lo fa?

Nel marketing si è capito da molto tempo che l’immagine che un consumatore ha di un brand si sviluppa in modo complesso. Con il termine self branding, si possono identificare quelle azioni che cercano di fare identificare i consumatori con il brand.

Quando un brand, oltre ad essere associato a prodotti e servizi di ottima qualità, riesce a comunicare anche delle emozioni positive o dei valori comuni, il consumatore può identificarsi più facilmente con il brand. Si può semplificare il risultato di un buon self branding con la “fedeltà al marchio” da parte del consumatore

Con lo sviluppo del web e dei social network il self branding è diventato molto più importante e viene utilizzato molto di più.

Personal branding: il self branding delle persone.

Il personal branding deriva dal self branding, anche le persone possono essere viste come un brand. Utilizzare il self branding per promuoversi nel mondo del lavoro, potrebbe sembrerebbe una forma di manipolazione della propria immagine per farsi “comprare”. In certi casi è proprio così. Tuttavia, chi interpreta il self branding come un mascheramento o una manipolazione della realtà non ottiene risultati duraturi. Oltre alle parole e alle immagine ci devono essere i fatti.

Ad esempio, alcuni politici, pur di essere eletti, cercano di comunicare un’immagine di loro stessi diversa dalla realtà. Questo può funzionare quando in pochi li conoscono, ma dopo qualche anno i nodi vengono al pettine.

Al contrario, un politico o un’azienda che ha delle qualità e non le comunica bene, rischia di non emergere. Anche noi, come fossimo un brand, comunichiamo nella vita reale e sui media digitali i nostri punti di forza e i nostri valori. Lo facciamo volontariamente o involontariamente. Quindi, è importante comunicare correttamente e al meglio i veri valori del nostro “brand”.

Per comunicare qualcosa di noi possiamo partire dai nostri interessi e dalle nostre passioni. Spesso le passioni coincidono con le professionalità, in questo caso è forse più efficace o più facile.

Conosco bene le vendite e il marketing, ho lavorato molti anni nelle vendite dirette di multinazionali americane e sono stato anche brand manager. Inoltre, le mie esperienze non si sono fermate ai soli ambiti lavorativi, quindi spero di poterti raccontare qualcosa di diverso.

Employer branding: il self branding di chi fa ricerca e selezione di personale.

Come abbiamo visto nell’esempio di Adecco, anche chi assume cerca di migliorare la propria reputazione sul web, facendo employer branding. Il modo migliore è farlo comunicando contenuti di qualità appositamente creati sui social network, vediamo come:

  • Proprio con questa ottica, Linkedin sta spingendo tutti i professionisti delle risorse umane a migliorare la” Talent Acquisition” con il “Content Marketing” proponendo dei seminari on line. Con Linkedin Publishing è possibile scrivere un post lungo quasi come se avessimo un blog. I social network hanno un forte interesse ad avere contenuti di qualità gratis, soprattutto se creati da professionisti. Comunque, scrivere solo post potrebbe non bastare.
  • Un altro modo per fare employer branding è creando delle community o facendo intervenire gli HR in modo professionale ed empatico nei gruppi o nelle community di altri.

Come è normale, non tutte le strategie di branding sono virtuose, ad esempio:

  • Alcuni head hunter, spinti dalla crisi del loro settore, hanno capito fin troppo bene l’importanza del self branding. Sfruttando il loro titolo di Head Hunter, con abili provocazioni da marketing virale e alcune volte persino con annunci di lavoro fittizi, si sono aggiunti alla lunga lista di venditori di corsi, libri e consulenze per chi cerca lavoro. Facendo un personal branding discutibile, mascherato da employer branding, guadagnano in termini di notorietà e probabilmente di fatturato ma forse perdendo in credibilità e autorevolezza come head hunter.
  • Paradossalmente, proprio in un settore così delicato, si può arrivare facilmente a degli eccessi. La spettacolarizzazione da parte di grandi e piccole aziende delle selezioni di lavoro è una brutta tendenza. Questo può succedere con le competizioni con i video CV pubblici.

Comunque, chi porta valore nei contenuti che offre non ha bisogno di arrivare agli eccessi per emergere.

Il branding aziendale e l’identità aziendale.

L’identità di un’azienda dipende sempre di più dai comportamenti dei suoi manager e dei suoi dipendenti. I top manager hanno sempre avuto molto importanza, la novità è che oggi contano molto anche le azioni dei dipendenti a supporto o a danno della reputazione aziendale.

Questo comporta che tutte le funzioni aziendali, devono essere al passo con la trasformazione digitale, non basta investire solo nell’area marketing e risorse umane. Ad esempio, il ruolo del rappresentante commerciale si è modificato per aiutare l’azienda a sfruttare la trasformazione digitale.

L’identità di un’azienda deve essere condivisa anche dai dipendenti. Ad esempio, non basta dichiarare di essere un’azienda che promuove il merito senza pregiudizi se poi all’interno dell’azienda i dipendenti pensano che non sia vero.

4. La rete dei contenuti digitali.

Rete dei contenuti

Come vengono diffusi i contenuti su internet.

Partiamo ad esempio dai contenuti prodotti dentro un social network, i contenuti che produciamo e condividiamo al suo interno aiutano il brand del social network e soprattutto il suo fatturato.

Se il social media fosse aperto su internet, ovvero visibile su tutto il web senza doversi autenticare, i motori di ricerca possono indicizzarne i contenuti, per fornirli ai propri utenti, guadagnando con i dati raccolti e la pubblicità.

Queste ramificazioni possono assumere molte forme. Ad esempio, chi non trova sufficiente spazio per esprimersi tramite i grandi social media, può farlo creando un proprio blog. I contenuti del blog saranno condivisi e indicizzati dai motori di ricerca. Alla fine, sono i motori di ricerca o le applicazioni specializzate nella ricerca di alcuni contenuti, che decidono cosa “evidenziare” sul web e cosa no.

Ma come si fa a creare un contenuto che piace a un motore di ricerca? Curando la SEO (Ottimizzazione per i motori di ricerca) dei contenuti che produciamo, semplificando molto, producendo contenuti di valore e rendendoli facilmente fruibili dagli utenti e dai motori di ricerca.

Non basta più fare branding pensando solo ai motori di ricerca.

Verrebbe da pensare che la conclusione del mio ragionamento sia: contano soprattutto i motori di ricerca. Non è più così, anche i Social Network hanno una enorme potenza di comunicazione. Infatti, anche se il 90% delle ricerche su internet in Europa è fatto tramite Google, questo non significa che abbia il controllo del successo di tutti i contenuti.

Infatti, alcuni grandi social network hanno smesso di condividere molti dei loro contenuti sul web, Linkedin è uno di loro. Questo è uno svantaggio per gli utenti ma fa parte della guerra commerciale tra social e motori di ricerca.

Quindi, per aumentare l’audience di un contenuto non si può pensare di fare a meno dei social media. Ovviamente, se un contenuto è indicizzato bene sui motori di ricerca è più facile che sia condiviso sui social network ma è vero anche il contrario.

Chi decide il successo dei contenuti?

Il successo di un post, di un tweet, di una foto, di un sito o di qualsiasi cosa giri sul web è determinato da tanti fattori. Ad esempio, nei nostri gruppi su Linkedin, come proprietario, posso promuovere un po’ di più i miei contenuti e non pubblicare quelli di altri che non reputo adatti. In un certo senso, il community manager ha un ruolo simile a quello di un direttore di un giornale.

Lo stesso si può dire per un “influencer”, che in generale è una persona o una società con tantissimi follower attivi.

La forza dei social network è rendere tutti influencer, chi più, chi meno.

Chiunque condivide, o promuove con i like, dei contenuti sui suoi profili social fa delle scelte editoriali precise. Quindi, il successo dei contenuti non è determinato solo dai manager delle comunità online, dagli influencer e dai motori di ricerca.

Il successo di un contenuto possono deciderlo tutti: i membri di un gruppo, i follower di persone o pagine, gli iscritti ai social network e gli utenti dei motori di ricerca. Quindi, tutti possono influenzare il destino di un contenuto, di un sito, di un gruppo, ad esempio:

  • Blog, gruppi, community e forum, se gestiti bene, sono dei palcoscenici meritocratici, che spesso permettono ai migliori contenuti di emergere. Questo dà valore a chi li produce e al gruppo o al forum che li ospita.
  • Gli influencer e i loro follower, possono decidere le sorti di un contenuto, con meccanismi quasi identici a quelli delle comunità online.

Nella mia vita lavorativa in IBM, ho letto una frase che era scritta su un poster e mi è rimasta impressa:

Il nostro valore è quello che ci riconoscono i clienti.

Questo vale anche su internet, dove i “clienti” sono i milioni di uomini e donne che ogni secondo decidono cosa ha valore per loro e cosa no, sia sui motori di ricerca che sui Social Network.

Tutto questo è molto più di dare valore ed esprimere il proprio apprezzamento o disapprovazione da parte di tante persone. Nei social network si possono creare delle emozioni collettive, come in un enorme amplificatore emotivo.

Chi decide il successo dei prodotti?

Un prodotto è ormai un contenuto digitale come un altro, ha una descrizione, dei like e dei commenti. Quasi ogni sito di eCommerce permette di lasciare referenze con un profilo pubblico. Spesso è possibile consultare anche la storia delle recensioni di ogni singolo utente.

  • Amazon, ad esempio, è un social network di consumatori e venditori. Amazon attrae un enorme traffico di recensioni, commenti, oltre che di acquisti e vendite. Ci sono persino un numero enorme di ricerche interne, come fosse un motore di ricerca e quasi tutti i suoi contenuti sono disponibili per i motori di ricerca. Quindi, i prodotti messi in vendita su Amazon possono essere pubblicizzati dentro e fuori da Amazon su motori di ricerca e social network.

Da sempre, creando siti web e App, si vendono prodotti e servizi sfruttando i motori di ricerca. Persino i social network generalisti, come Facebook, non fanno più solo pubblicità ai prodotti ma stanno diventando dei negozi virtuali. Sia un venditore che un prodotto sono brand che hanno bisogno di pubblicità e di un’ottima web reputation.

La forza dirompente dei Social Media e dei blog.

Alcuni esempi dei loro effetti sulla società:

  • Ricordiamoci quello che succede con Twitter in Turchia o quello che è stato Facebook nelle primavere arabe.
  • La famiglia Clinton, che controllava il partito Democratico americano, ha dovuto cedere il passo a Obama che ha saputo sfruttare la spinta inarrestabile dei Social Media.
  • Ironia della sorte, Hillary Clinton, ha perso ancora una volta contro Trump, nonostante avesse l’appoggio quasi totale dei media USA. Trump, quasi senza TV e giornali, ha fatto un uso molto aggressivo e controverso dei social media, che però ha funzionato.
  • In Russia e soprattutto in Cina, i social media e il web sono controllati massivamente dal governo. Ad esempio, in Russia i maggiori oppositori al partito di Putin erano blogger, alcuni sono finiti in carcere altri sono finiti peggio.

Come avete visto, molti potenti temono il web, vorrebbero bloccare social network, blog e motori di ricerca. Quello che non fa più la stampa o è impedito alla stampa, può essere prodotto e diffuso sui social media e sui blog. Chi li sottovaluta fa un errore enorme o è in malafede.

Le aziende che non sanno affrontare la trasformazione digitale temono il web e i social.

Le aziende rischiano di perdere il controllo delle scelte dei clienti se trascurano il mondo digitale. Nell’era dei social network e della trasformazione digitale, chiunque ha una posizione di vantaggio consolidata, ha oggi molte più difficoltà per bloccare i concorrenti. Figuriamoci se si è già deboli. Ovviamente i concorrenti devono comunque essere più bravi per emergere, ma le rendite di posizione sono più difficili. In un certo senso siamo tutti nel mirino dei social network.

La cosa più importante è che chiunque abbia una buona idea da sviluppare e delle capacità, possa avere come alleato, oltre che come nemico, il mondo digitale. Non è facile, perché chi diventa il più forte nel mondo digitale, non rimane nel suo core business come spesso succedeva in passato, ma cerca di cogliere o copiare quasi tutte le opportunità che si presentano nel panorama mondiale.

Preso atto dei cambiamenti e dei pericoli, è meglio concentrarci sui lati positivi e le opportunità che ci offre la trasformazione digitale.

5. Con quali mezzi di comunicazione digitali iniziare o quali preferire?

Ogni lavoratore e ogni azienda ha cominciato la trasformazione digitale, quindi alcune scelte sono già state fatte. Spesso il percorso è imposto dalle esigenze lavorative e dagli interessi personali. Per capire dove andare e cosa migliorare bisogna capire da dove si parte:

  • Quali competenze ho, oppure quali competenze ci sono in azienda?
  • Esistono già profili social, community, siti web o App?
  • Cosa è stato scritto da noi o su di noi?

Ad esempio, questo è stato il mio percorso nel mondo digitale:

  1. Computer Science all’Università di Pisa. Alla fine degli anni 80 ho iniziato a studiare Scienze dell’Informazione e poi mi sono laureato nel 1991.
  2. Building automation. Il mio primo lavoro è stato sviluppare un progetto di building automation per un magazzino farmaceutico. Allora si potevano usare solo i PLC industriali e i computer.
  3. Industria digitale e internet. Sono entrato nel mondo digitale online quando lavoravo in USDATA nel 1993 con CompuServe, ancora non esisteva Internet. In USDATA già vendevamo soluzioni per la trasformazione digitale dell’industria, Nel 1995 sono approdato su Internet.
  4. L’universo IBM e i social media. Quando lavoravo in IBM, occupandomi principiamene di soluzioni server e storage, è esploso il fenomeno dei Social. Il primo profilo social è stato Facebook nel 2007, poi Linkedin nel 2008 e Twitter nel 2009. La prima comunità online che ho fondato è stato il mio gruppo universitario, a maggio 2008, e poi i gruppi professionali nel 2011.
  5. Consulente per la trasformazione digitale e sviluppo siti web. Nei primi mesi del 2014 ho iniziato a sviluppare siti web e a fare il consulente: aiuto le aziende ad affrontare la trasformazione digitale, partendo dall’analisi di quello che hanno già, per poi analizzare quello che c’è su di loro nel web. Oltre alle consulenze, sviluppo e ottimizzo siti WordPress, per me e per altri, il risultato per il cliente è un sito web altamente ottimizzato ed evoluto.
  6. Servizi Cloud. Utilizzo e offro un un mio cloud hosting, che sfrutta tutte le ultime novità tecnologiche. Grazie al mio hosting, i siti web sfruttano queste tecnologie: https, http/2, TLS 1.3, HSTS Preload, PHP 7.3, MySQL 8.0 e Ubuntu 18.04.

Cosa comporta aprire un sito web.

L’utilizzo attento dei social network può essere sufficiente per migliorare la web reputation. Tuttavia, si può creare un sito web per poter fare più cose e meglio.

Alcune considerazioni prima di aprire un sito web:

  1. Creare un sito web è più complesso rispetto a usare solo i Social Media o i Blog preconfezionati.
  2. Far sviluppare e mantenere un sito web da altri può essere costoso e farlo da soli può essere un grosso impegno.
  3. Con un buon sito web, si possono produrre contenuti di maggiore qualità e i contenuti possono venire indicizzati meglio dai motori di ricerca. Ad esempio, su Linkedin è generalmente più complicato scrivere e diffondere i contenuti in italiano, ci sono limitazioni se si usa Linkedin publishing.
  4. Se si crea un sito web conviene promuoverlo sui Social Media, l’impegno si moltiplica. Tuttavia, bisogna tenere presente che non tutti accetteranno i contenuti di altri siti web. Spesso, per vari motivi, i “padroni di casa” (I social media, i proprietari dei blog o dei gruppi) preferiscono privilegiare i contenuti creati localmente.
  5. Se non si producono contenuti di valore, bisogna fare pubblicità a pagamento sui motori di ricerca e sui social.
  6. Il motivo principale che giustifica l’apertura di un sito web è la libertà. Con un sito web e le App mobile si può sviluppare qualsiasi progetto nel mondo digitale, non ci sono limiti di sviluppo e di espressività, tranne i soldi da investire e il tempo. Quando si hanno in mente progetti un po’ ambiziosi, alla fine, serve almeno un sito web o un App.
  7. Per promuoversi con il personal branding non è necessario avere un sito web ma è utile per produrre dei contenuti migliori e per essere più autorevoli sui motori di ricerca e su tutti i social media.

La mia esperienza.

Per il successo di un sito web lo sviluppo del sito e dei contenuti sono la parte più importante e più impegnativa. Sviluppare un sito web e i sui contenuti è un impegno notevole, se fatto a regola d’arte. Se lo avessi fatto solo per finalità di personal branding non ne sarebbe valsa la pena.

Ci sono dei siti in cui si deve curare molto la parte grafica, altri, come questo sito, dove i contenuti sono più importanti. In ogni caso, bisogna avere un sito tecnicamente avanzato, altrimenti è quasi inutile parlare di SEO e allora è meglio investire i soldi in pubblicità per il sito sui motori di ricerca o sui social. Chiaramente, con un sito arretrato tecnicamente si rischia di ottenere scarsi risultati anche con la pubblicità, ma è sempre meglio che niente.

La diffusione dei contenuti del sito sui social media può essere importante. Invece, le pagine aziendali sui social network sono di solito secondarie o inutili, a meno che non si debba fare pubblicità a pagamento o non si è già noti al pubblico. Comunque, conviene sempre creare le pagina di un brand sui social, si evita che qualcuno prenda il nome del brand o del sito sui social.

Essere presenti solo sui social media è un rischio.

Visto che ho creato delle grandi comunità online su Linkedin, mi saranno riconoscenti? Assolutamente no, le multinazionali favoriscono la competizione interna per massimizzare i profitti.

Ad esempio, se la sede italiana non vede il fatturato o i benefici che Linkedin riceve grazie ai mio gruppi, o semplicemente fa cose diverse, nella migliore delle ipotesi se ne disinteressa.

Qualcuno che protegge i gruppi dentro Linkedin ci dovrebbe essere. Tuttavia, il manager dei gruppi deve combattere con chi gestisce le altre divisioni e con chi valuta i suoi risultati. Spero che Linkedin non distruggerà tutto e continuerà a migliorare, ma potrei anche sbagliarmi. Ad esempio, i cambiamenti nei gruppi hanno fatto molti danni, Linkedin dice che ha capito di aver sbagliato e che i gruppi torneranno ad essere importanti dentro Linkedin.

Vedremo, ma per ora sono piuttosto scettico che risolveranno tutti i problemi dei gruppi, i conflitti di interesse sono notevoli. Vista l’improvvisa crisi di Facebook e la fine di Google+, è evidente che ci si può aspettare di tutto.

Sviluppando siti web proprietari si elimina il rischio che qualcuno distrugga il nostro lavoro. Qualcuno vuole far credere che i siti web personali siano il passato ma i dati lo smentisco clamorosamente.

Chi costruisce il suo brand solo sui social network, si esponete al rischio di subire le decisioni, più o meno intelligenti, dei social network. I cambiamenti sono stati, in alcuni casi, disastrosi per alcuni utenti, diversificare è sempre una scelta intelligente.

Con un sito web o con un App, almeno questo rischio esterno non c’è. Ci sono altri rischi, altri problemi, vantaggi o svantaggi.

Un famoso investitore diceva:

Investo in aziende dove, anche se dovesse arrivare al vertice un incapace, l’azienda sopravviverebbe. Perché l’incapace può sempre arrivare.

Veniamo alla domanda iniziale, con quali mezzi di comunicazione digitale iniziare o su quali puntare di più?

Non esiste una risposta semplice a questa domanda. Diffidate da chi ha tutte le risposte, specialmente se non ha mai fatto niente di notevole nel mondo digitale. Ogni mezzo di comunicazione sul web ha vantaggi e svantaggi e il futuro non lo conosce nessuno. Bisogna sperimentare e provare tutto quello che potrebbe esserci utile.

Ormai, per quasi ogni interesse o scopo, e per ogni formato digitale, esiste un social network. La scelta è vastissima, ma alla fine si finisce quasi sempre per preferire quelli più adatti alle nostre passioni lavorative o private.

Si può anche decidere di investire pochissimo sui social network e puntare subito su un proprio sito web o su un App. Qualsiasi scelta facciamo, l’importante è fare le cose molto bene sotto qualche aspetto, possibilmente essere i migliori in qualche cosa. Credo che sia meglio provare a fare cose diverse e originali.

I social network più utilizzati in Italia:

  1. Facebook, nonostante ultimamente abbia avuto qualche problema, è ancora irraggiungibile come numero di utenti e contenuti.
  2. YouTube dovrebbe aver superato Facebook in Italia come numero di accessi a dicembre 2018, dati Audiweb. Un risultato notevole visto che oggi quasi tutti i social hanno i video. Tuttavia, come utenti totali e tempo di utilizzo Facebook è ancora il primo in Italia.
  3. Istagram è molto utilizzato in Italia e nel mondo. I giovani e le donne amano in modo particolare i social basati su immagini. Quindi, il loro futuro credo che sia garantito.
  4. Linkedin è forte in Italia più che altrove, è comunque il leader indiscusso dei Social network professionali e offre molte opportunità per chi le sa cogliere. Non è detto che in futuro sarà ancora così. Sono un esperto di Linkedin, ma, purtroppo, Linkedin di passi falsi ne ha fatti molti e alcuni hanno danneggiato tanti utenti. Ad esempio, i gruppi su Linkedin hanno perso funzionalità fondamentali mentre Facebook le ha aumentate.
  5. Twitter è un po’ debole in Italia ma resiste. Twitter è il social network dove preferisco condividere e soprattutto dove leggo più notizie. Per le notizie real time, concise e veloci non ha rivali. Le liste di persone e le ricerche per parola chiave o hashtag sono il suo punto di forza. Per ricevere informazioni tematiche in tempo reale credo sia il migliore. Tuttavia, le notizie più tempestive e utili sono tutte in inglese e in Italia in pochi lo parlano e lo leggono senza problemi.
  6. Sembra che Pinterest si stia riprendendo, segno che i social di immagini piacciono.

Comunque, la classifica italiana interessa poco alle aziende che operano sui mercati internazionali. La realtà è diversa se guardiamo quali sono i social media più amati dagli utenti statunitensi e soprattutto se guardiamo la classifica dei social media con più utenti attivi mensili a livello mondiale. Le classifiche mondiali oltre a essere più importanti per il successo e la sopravvivenza di un social network sono molto più competitive, infatti alcuni dei social network più usati a livello mondiali sono marginali in Italia.

La lista dei social network è molto lunga, i social network sono migliaia. Ci sono i social network specifici per l’eCommerce in generale, per i libri, quelli per le slide come Slide Share, quelli di blogging, ecc.

Conclusione, cosa abbiamo capito sulla web reputation.

Torniamo al punto centrale dell’articolo, abbiamo visto che la web reputation non è molto diversa dalle conoscenze personali. Non ci sono alchimie strane, solo attenzione e duro lavoro, come nel mondo reale. I nostri valori contano anche nel mondo digitale. Le incomprensioni e gli sbagli fanno parte del gioco, ma spesso si possono riparare.

Non bisogna cercare scorciatoie facili, ad esempio, chi va avanti copiando le idee di altri, secondo me, sarà sempre due passi indietro. Alla fine, chi copia rovinerà la sua reputazione online e non avrà imparato quasi nulla.

Per alcuni aspetti, è più difficile gestire l’immagine aziendale o professione nel mondo digitale rispetto alla reputazione nel mondo reale. Ci sono tantissimi strumenti a disposizione, anche troppi. Nel mondo digitale la reputazione può essere amplificata milioni di volte, nel bene e nel male Anche grazie ai social media, la web reputation può cambiare enormemente la fama nel mondo reale, sia in meglio che in peggio.

I mondo digitale può essere molto volubile, oggi puoi essere tra le stelle domani tra le stalle. I contatti reali con le persone restano sempre, per fortuna, il mezzo più coinvolgente e bello per comunicare e stringere relazioni forti e durature.

Nonostante i rischi e i costi, non si possono trascurare questi aspetti della trasformazione digitale, potrebbe fare la differenza per essere scelti o per farci conoscere positivamente come professionisti o come azienda.

6 – Come capire dove si può migliorare e dove si è sbagliato facendo personal branding?

Dove posso migliorare o aver sbagliato?

Come esempio, proviamo a usare proprio questo articolo. Sto condividendo delle informazioni sul branding e sulle tendenze del mondo digitale, ho fornito alcuni spunti di riflessione e molti link per approfondire. Lo sto facendo raccontando anche una storia, la mia e quella dei miei progetti. In questo modo spero che il mio racconto risulti, sotto qualche aspetto, unico.

Ho inserito anche molti dati, senza i dati le mie parole sarebbero state solo opinioni. Sembrerebbe tutto a posto, però ci potrebbero essere degli aspetti negativi, addirittura potrebbe risultare un errore di comunicazione. Forse la parte più utile di questo articolo sono gli spunti di riflessione e i dubbi che solleva.

a) Ho pestato i piedi a qualcuno?

Magari adesso un capo della Adecco non gradisce che io abbia messo in evidenza, all’inizio di questo articolo, anche quello che potrebbe essere stato un piccolo problema nel loro self branding. Questo potrebbe crearmi qualche problema, perché le grandi aziende a volte usano strumenti “sporchi” di reputation management.

Ci sono agenzie di reputation management che invece di produrre contenuti positivi, provano a oscurare quello che reputano danneggi il loro brand. Fanno questo lavoro sporco per i grandi brand, ma se qualcuno lo scoprisse, sarebbe un grosso problema per loro e soprattutto per i grossi brand che si affidano a queste agenzie.

Oppure, gli HR che chiedono ai candidati di vedere il loro profilo privato su Facebook, si potrebbero sentire offesi perché li ho definiti ironicamente recruiter “impiccioni”. Non si può piacere a tutti e non si deve piacere a tutti ma meglio esserne consapevoli.

b) Ho parlato bene di un brand odiato da qualcuno?

Al contrario, il post potrebbe non funzionare ed essere giudicato male perché ho fatto riferimento ai dati forniti da Adecco. Ad esempio, chi lo leggerà potrebbe avere avuto una brutta esperienza con Adecco. Se fossero in tanti potrebbe essere un problema, anche se sarebbe un problema più per Adecco che per me.

Come nel mondo reale i sentimenti, gli umori e i fraintendimenti possono condizionare tutto, non è matematica. Le aziende, come le persone, possono essere amate o odiate, schierarsi comporta sempre dei rischi. Avrei preferito tutte fonti indipendenti ma per i dati sul social recruiting non ne ho trovate.

c) Ho parlato troppo di me, dei miei progetti o interessi?

Avendo scritto anche alcune cose sulle mie esperienze e sui mie progetti, qualcuno potrebbe pensare, sta “vendendo” quello che fa, e quindi non gradire. Dal mio punto di vista, è positivo condividere alcune esperienze o strategie, magari supportando il racconto con l’esperienza in quel campo. Avere delle fonti affidabili e gratuite è raro.

Pubblicizzare la propria esperienza, in alcuni casi può essere controproducente.

Ovviamente, se si eccede nella comunicazione si rischia di essere percepiti come egocentrici o narcisisti, che è l’ideale per alcuni ruoli, ma è quasi sempre un problema per il successo del lavoro di gruppo. Il lavoro di squadra amplifica le competenze, quindi saper lavorare in team è quasi sempre molto importante.

Oppure, in alcuni contesti può prevale una mentalità più da dipendenti che da manager o imprenditori, quindi si preferisce assumere persone con poca esperienza o che abbiano solamente abilità specifiche per il ruolo.

Uno dei motivi inconfessabili di questo fenomeno potrebbe essere che alcuni preferiscono non fare entrare in azienda chi potrebbe sembrare un temibile concorrente. Quindi, se si rendono pubbliche le esperienze lavorative e di vita, dopo è difficile sminuire o nascondere le capacità per non risultare “troppo qualificati” durante la selezione.

Dal mio punto di vista, credo che questo rischio vada ignorato, è meglio concentrarsi nel miglioramento professionalmente, cercando di aumentare le competenze, senza preoccuparsi di nasconderle. Un professionista, un imprenditore e un’azienda dovrebbero ragionare così.

Invece, credo che sia un problema per le aziende avere dipendenti che vedono un pericolo nelle competenze altrui, queste aziende rischiano di essere spazzate via dalla trasformazione digitale. Con la velocità dei cambiamenti che ci sono, avere persone con un bagaglio di esperienze variegato e con diverse competenze nel settore informatico, è molto utile per un’azienda.

d) Ho scritto troppo?

L’articolo è lungo, non so quanti arriveranno fino a qui. Molti, se vedono un articolo lungo, non iniziano nemmeno a leggerlo, a meno che non abbiano un forte interesse. Inoltre, rendere facilmente fruibile e non noioso, un articolo così lungo non è facile, se si sbaglia si perdono subito i lettori.

e) L’articolo che ho scritto resisterà alla prova tempo?

Quando si scrive un articolo lo si può scrivere per rincorre le notizie o per sfruttare una tendenza temporanea, oppure per creare un documento che sia apprezzato a lungo termine. Questo articolo è nato per durare e quindi l’ho aggiornato molte volte. Quindi, se si vuole creare un articolo che duri nel tempo, bisogna aggiornarlo e migliorarlo periodicamente. Questo è ancora più importante quando si ha poca esperienza.

f) Le immagini e la grafica sono di buon livello e in quantità adeguata?

Quando si sta in rete per avere successo contano sempre di più anche le immagini e la grafica. Farsi aiutare da un grafico professionista è importante, io non lo faccio per i mie siti ma quando lavoro per altri mi faccio aiutare da professionisti della grafica e delle fotografia.

Anche il numero di immagini rispetto alla quantità di testo è importante. Comunque, meglio poche immagini che immagini senza senso o brutte. Anche per le immagini ci sono molti punti di vista da considerare. Inizialmente avevo scelto uno stile visivo più informale, poi mi sono reso conto, anche grazie a qualche critica, che era meglio cambiare e rivedere lo stile. I complimenti e le critiche sono molto utili.

Si potrebbe continuare con i dubbi, ma come vedi, non è facile scrivere per il web e migliorare il proprio brand. Comunque, non si può prevedere e controllare tutto, anche i professionisti fanno errori clamorosi.

Un esempio di come persino dei professionisti possono rovinare la web reputation di un’azienda.

La Fiat, che paga i migliori professionisti per le sue campagne di comunicazione, offese molte donne solo per aver pubblicizzato l’8 Marzo 2013, per la festa della donna, i sensori di parcheggio gratis.

Se la Fiat avesse offerto l’autoradio non ci sarebbe stato nessun problema. La campagna era partita proprio su Facebook e aveva un intento di diffusione con un marketing virale, sfruttando la promozione per le donne dei sensori di parcheggio. Evidente la ritenevano simpaticamente ironica e condivisibile.

Invece ha prodotto una rivolta delle donne sui Social Network contro il messaggio della Fiat. Le donne non hanno gradito l’ironia su un luogo comune maschilista. Il messaggio è stato invece percepito come una campagna sessista e offensiva.

Anche chi non è un professionista di grido nel settore, avrebbe potuto facilmente intuire che era probabile l’effetto boomerang. Sulla rete ci sono ancora le foto di quella maldestra campagna e i commenti.

Bisogna essere consapevoli che le cose si possono vedere da molti punti di vista diversi. Quindi, se non si fa attenzione, è facile trasformare involontariamente il self branding in qualcosa di negativo.

Provare a mettersi nei panni di chi ci potrebbe leggere è un buon esercizio. Nel dubbio possiamo chiedere un’opinione a qualcuno di cui ci fidiamo. In ogni caso, è meglio rileggere molte volte quello che si è scritto.


© Riproduzione riservata.
Gli argomenti dei blog e i tasti di condivisione li trovi a inizio pagina.

Grazie
Enrico Filippucci
Enrico Filippucci. Twitter logo in

Lascia un commento